Omelia del 24 ottobre 2026
A seguito di richieste pervenute, pubblichiamo l’omelia di Mons. Amedeo Ruggieri, Cappellano Capo del Gran Priorato di Roma, tenuta nel corso della Celebrazione Eucaristica di sabato 24 ottobre 2026, presso il Santuario della Santa Casa di Loreto in occasione del Pellegrinaggio Nazionale dell’Ordine:
Fratelli e sorelle nel Signore,
carissimi Cavalieri, Dame, Cappellani, volontari e membri del Sovrano Militare Ordine di Malta,
essere oggi pellegrini alla Santa Casa di Loreto significa mettersi in cammino verso un luogo nel quale il mistero dell’Incarnazione ci parla con una forza tutta particolare. Qui contempliamo la casa di Nazaret, il luogo nel quale il Figlio eterno di Dio ha voluto entrare nella nostra storia, assumendo la fragilità della nostra condizione umana e crescendo nel silenzio, nella preghiera e nella vita quotidiana di una famiglia. Veniamo qui portando le nostre speranze e le nostre fatiche, le intenzioni personali e quelle delle nostre comunità, ma anche il desiderio di rinnovare la fedeltà alla vocazione che ci è stata affidata. Per l’Ordine di Malta, questo pellegrinaggio è molto più di una tradizione da custodire. È un’occasione per tornare alle sorgenti della propria identità, per lasciarsi nuovamente interrogare dal Vangelo e per verificare se il nostro servizio ai poveri, agli ammalati e a quanti soffrono nasce davvero dall’incontro con Cristo.
La Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci consegna due immagini particolarmente eloquenti: nella Lettera agli Efesini, il corpo che cresce nell’unità; nel Vangelo di Luca, il fico che attende ancora di portare frutto. Due immagini che, insieme, ci indicano il cammino della nostra conversione e della nostra missione.
1. «A ciascuno di noi è stata data la grazia»
San Paolo ci ricorda che «a ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo».
Non tutti ricevono gli stessi doni, non tutti percorrono la medesima strada, non tutti sono chiamati a svolgere gli stessi compiti. Ma ciascuno riceve una grazia, ciascuno ha una responsabilità, ciascuno è chiamato a mettere ciò che è e ciò che possiede al servizio del bene comune.
Questa parola illumina profondamente la vita dell’Ordine di Malta.
La varietà dei compiti, delle responsabilità e delle vocazioni non deve diventare motivo di distanza o di contrapposizione, ma occasione di una più grande comunione. Le differenze non sono un ostacolo quando sono vissute nella carità; diventano, al contrario, una ricchezza quando ogni persona riconosce che il proprio dono non gli è stato affidato soltanto per sé.
L’autorità è un servizio. La competenza è una responsabilità. La tradizione è un patrimonio da trasmettere, ma anche una chiamata a rinnovarsi nella fedeltà al Vangelo.
Il vero prestigio di un’istituzione cristiana non si misura anzitutto dalla sua storia, dalla sua organizzazione o dalla considerazione di cui gode nella società. Si misura dalla sua capacità di rendere visibile la carità di Cristo.
Ecco perché la dignità di ogni Cavaliere, di ogni Dama, di ogni Cappellano e di ogni volontario trova il suo compimento quando diventa disponibilità, attenzione, dedizione concreta.
San Paolo aggiunge che Cristo ha donato ministeri e responsabilità «per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo».
Non siamo dunque chiamati a costruire noi stessi, né a difendere semplicemente ciò che già esiste. Siamo chiamati a edificare il corpo di Cristo, facendo crescere la Chiesa nella fede, nella carità e nell’unità.
Il pellegrinaggio che oggi viviamo ci invita proprio a questo: riconoscere che il dono ricevuto diventa autentico soltanto quando è condiviso.
2. Crescere verso Cristo, che è il capo
L’Apostolo ci indica la meta di questo cammino: «Arrivare tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo».
È un programma esigente. Non basta appartenere a una comunità cristiana; occorre crescere nella fede. Non basta conoscere le parole del Vangelo; occorre lasciarsi trasformare da esse. Non basta compiere opere di bene; occorre imparare a riconoscere in ogni persona il volto di Cristo.
San Paolo ci mette in guardia da una fede immatura, esposta a ogni vento di dottrina e incapace di discernere ciò che conduce realmente al Signore.
La maturità cristiana non consiste nel sentirsi arrivati, ma nel rimanere discepoli. Non consiste nell’avere sempre risposte pronte, ma nel cercare continuamente la verità nella carità.
E qui troviamo un’indicazione importante anche per il nostro Ordine: custodire la propria identità non significa ripetere esteriormente gesti e formule, ma permettere che il carisma originario continui a generare vita, secondo le necessità e le sofferenze del nostro tempo.
Il servizio ai malati ci domanda di saper ascoltare. L’incontro con chi vive nella povertà ci domanda di superare i pregiudizi. La vicinanza a chi è solo ci domanda di donare tempo, non soltanto risorse. La cura di chi è ferito dalla vita ci domanda una carità che non umilia, ma restituisce dignità.
E tutto questo è possibile soltanto se rimaniamo uniti a Cristo, nostro capo.
Un servizio cristiano che si separasse dalla preghiera rischierebbe di diventare soltanto attivismo. Una preghiera che non conducesse al servizio rischierebbe di rimanere chiusa in sé stessa.
La fede e la carità, invece, si illuminano reciprocamente: incontriamo il Signore nella preghiera e impariamo a riconoscerlo nei fratelli; serviamo i fratelli e scopriamo sempre più profondamente il volto del Signore.
3. «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo»
Il Vangelo di Luca ci conduce ora su un terreno più impegnativo.
Gesù viene informato di alcuni Galilei uccisi per ordine di Pilato. Ricorda poi le diciotto persone morte nel crollo della torre di Siloe. In entrambi i casi, il Signore rifiuta una conclusione semplicistica: quelle vittime non erano più colpevoli degli altri.
Gesù spezza così una mentalità sempre tentata di giudicare il dolore altrui, di cercare una colpa nelle vittime e di sentirsi al riparo dalla sofferenza perché convinta di essere migliore.
Quante volte, anche oggi, davanti alle tragedie, alle guerre, alle malattie, alla povertà o alla solitudine, ci limitiamo a cercare spiegazioni che ci consentano di mantenere le distanze!
Il Vangelo ci chiede invece di cambiare prospettiva. Non ci autorizza a giudicare chi soffre; ci invita a esaminare il nostro cuore.
«Se non vi convertite», dice Gesù.
La conversione non è soltanto il riconoscimento di qualche errore personale. È un cambiamento profondo dello sguardo, delle priorità, delle scelte. È passare dall’indifferenza alla compassione, dalla presunzione all’umiltà, dalla fede dichiarata alla fede vissuta.
Per chi appartiene all’Ordine di Malta, questa parola possiede una risonanza particolare. La vicinanza ai poveri e agli ammalati non può essere soltanto un’opera esterna, per quanto generosa. Deve diventare una scuola permanente di conversione.
Il malato che assistiamo ci ricorda la nostra fragilità. Il povero che incontriamo mette alla prova la nostra capacità di condividere. La persona che non può ricompensarci ci insegna la gratuità. Chi non ha voce ci interroga sulla nostra disponibilità a difendere la dignità umana.
Non sono soltanto persone alle quali portiamo aiuto: sono fratelli e sorelle attraverso i quali il Signore ci chiama a cambiare vita.
La domanda che il Vangelo pone oggi a ciascuno di noi non è: «Perché loro soffrono?». È piuttosto: «Che cosa stai facendo della vita che ti è stata donata? In quale direzione sta andando il tuo cuore? Quali frutti sta producendo la tua fede?».
4. Il fico sterile e la pazienza di Dio
Gesù racconta quindi la parabola di un uomo che possiede un fico piantato nella sua vigna. Da tre anni viene a cercarvi frutti, ma non ne trova. Decide perciò di tagliarlo. Il vignaiolo, tuttavia, interviene e domanda ancora tempo: vuole zappare la terra intorno all’albero e concimarla, nella speranza che possa finalmente portare frutto.
In questa parabola si incontrano due dimensioni della vita spirituale: la serietà della conversione e la pazienza della misericordia.
Dio non è indifferente alla nostra sterilità. Non considera irrilevante il fatto che la nostra vita rimanga chiusa, incapace di generare bene. Il tempo che ci concede è prezioso e non va sprecato.
Eppure, Dio non si affretta a condannarci. Il vignaiolo chiede ancora tempo per prendersi cura dell’albero. Non si limita ad aspettare: lavora la terra, la prepara, la rende nuovamente capace di accogliere la vita.
È un’immagine bellissima della misericordia divina. Dio non ci abbandona alla nostra aridità; ci raggiunge, ci sostiene, ci corregge e ci offre nuove possibilità.
Ma la pazienza di Dio non è un invito a rimandare indefinitamente la conversione. È una grazia che domanda di essere accolta.
Anche noi possiamo domandarci, in questo pellegrinaggio: quali frutti sta producendo la nostra vita? Quali frutti sta producendo la nostra appartenenza all’Ordine? Quali segni concreti di Vangelo possono riconoscere in noi le persone che incontriamo?
Non basta che il fico abbia foglie. Non basta che conservi un’apparenza di vitalità. È chiamato a portare frutto.
Non basta che la nostra fede sia custodita nelle parole, nei simboli o nelle celebrazioni. Deve diventare carità operosa, giustizia, fedeltà, servizio, capacità di perdonare e di ricominciare.
Forse alcuni rami della nostra vita hanno bisogno di essere potati. Forse alcune abitudini devono essere superate, alcune rigidità abbandonate, alcune distanze colmate. Forse il Signore ci chiede di tornare a vedere persone che abbiamo smesso di guardare, di ascoltare chi non abbiamo mai ascoltato abbastanza, di servire con maggiore umiltà.
Il messaggio della parabola è insieme severo e pieno di speranza: il tempo ci è donato perché possiamo portare frutto.
5. Alla Santa Casa, per imparare il servizio
e coltivare la vita spirituale e perché ogni responsabilità sia vissuta come servizio.
Carissimi fratelli e sorelle,
non è casuale che questo Vangelo risuoni proprio qui, nella casa di Maria.
A Nazaret, Dio ha scelto la via dell’umiltà. Il Figlio di Dio è entrato nella storia senza imporsi con la forza, ma affidandosi alla disponibilità di una giovane donna, Maria, e crescendo nella semplicità della vita quotidiana.
Il suo «sì» ha aperto alla storia umana la via della salvezza. La sua disponibilità non è rimasta una parola: è diventata accoglienza, fedeltà, cammino, presenza sotto la croce.
Maria ci insegna che la grandezza agli occhi di Dio non consiste nell’occupare il primo posto, ma nel rendersi disponibili alla sua volontà.
È una lezione preziosa per ogni cristiano e, in modo particolare, per chi è chiamato a esercitare responsabilità nella Chiesa e nel servizio caritativo.
La vera autorità cristiana è quella che sa farsi prossima. La vera nobiltà spirituale è quella che non si vergogna di chinarsi sulle ferite dell’uomo. La vera fedeltà alla tradizione è quella che permette al Vangelo di parlare con forza nuova alle sofferenze del presente.
Davanti a Maria, ciascuno di noi può affidare nuovamente la propria vocazione. Possiamo chiederle di custodire la nostra fede, di rendere più generosa la nostra carità e di aiutarci a riconoscere Cristo in quanti incontriamo.
Possiamo anche affidarle il cammino del nostro Ordine, perché rimanga fedele alla sua missione, perché le sue opere siano sempre animate da una profonda convinzione.
6. Portare frutto nella carità
Al termine di questo pellegrinaggio, non dovremmo tornare semplicemente ai nostri impegni di sempre. Dovremmo tornare con uno sguardo rinnovato.
San Paolo ci ha ricordato che ciascuno riceve una grazia da mettere a disposizione degli altri. Gesù ci ha richiamati alla conversione e ci ha mostrato la pazienza di Dio, che continua a lavorare la terra della nostra vita affinché essa porti frutto.
Queste due letture si incontrano in una convinzione fondamentale: la grazia ricevuta diventa feconda quando si trasforma in dono.
Perciò, il frutto che il Signore attende da noi non è qualcosa di astratto. È la persona ammalata visitata con attenzione; il povero accolto senza umiliarlo; il volontario sostenuto e valorizzato; il confratello ascoltato con rispetto; la famiglia in difficoltà accompagnata con discrezione; chi è solo raggiunto da una presenza fedele.
È anche la capacità di lavorare insieme, superando divisioni e personalismi, affinché le energie di ciascuno siano orientate al bene comune.
E soprattutto, è la testimonianza di una carità che non cerca riconoscimenti, perché sa che il suo vero premio è servire Cristo nei fratelli.
Il mondo non ha bisogno soltanto di istituzioni che durino nel tempo. Ha bisogno di comunità che sappiano generare speranza. Non ha bisogno soltanto di parole sulla dignità umana, ma di persone che la difendano concretamente. Non ha bisogno soltanto di segni religiosi, ma di credenti nei quali la fede diventi amore.
Fratelli e sorelle, il Signore continua a venire nella sua vigna e a cercare frutti. Non viene per schiacciarci sotto il peso delle nostre mancanze, ma per richiamarci alla vita. Ci dona ancora il tempo della grazia, la forza dei sacramenti, la luce della Parola e la compagnia della comunità.
Accogliamo questo dono con gratitudine e responsabilità.
Che il nostro pellegrinaggio a Loreto ci aiuti a crescere nell’unità, a rinnovare la nostra fedeltà a Cristo e a rendere sempre più autentico il servizio ai poveri e agli ammalati.
E che, tornando alle nostre case e alle nostre opere, possiamo essere riconosciuti non soltanto per ciò che rappresentiamo, ma soprattutto per il bene che sappiamo compiere.
Maria, Madre della Santa Casa, insegnaci ad accogliere la Parola e a dire il nostro «sì» a Dio.
Fa’ che la nostra fede diventi carità, che il nostro servizio diventi testimonianza e che la nostra vita porti frutti di speranza per quanti soffrono.
Amen.