Gran Priorato di Lombardia e Venezia
Sovrano Militare Ordine di Malta

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Infirmis servire regnare est

Clemente Riva di Sanseverino, Infirmis servire regnare est. Il Gran Priorato di Lombardia e Venezia del Sovrano Militare Ordine di Malta, Roma, IDE, 2018.

Il volume percorre analiticamente la storia della sede veneziana del Gran Priorato di Lombardia e Venezia, ampliando, aggiornando ed arricchendo le due precedenti monografie di Fra’ Guido Sommi Picenardi, del 1892, e di Fra’ Marco Celio Passi, del 1983.

Anche alla luce dei lavori di restauro del complesso edilizio, che tra il 2013 e il 2014 hanno interessato la Chiesa, i lapidari, il chiostro ed il giardino, e che debbono ancora proseguire nel salone d’onore e negli altri ambienti, l’opera di Clemente Riva di Sanseverino si propone come una preziosa ed utilissima pagina di storia e di spiritualità, intimamente congiunte a formare un quadro compiuto dei novecento anni dell’opera del Sovrano Militare Ordine di Malta e dei suoi cavalieri e dame nei territori del Gran Priorato di Lombardia e Veneto.

Il testo è impreziosito da un articolato repertorio di immagini: dipinti, ritratti, foto d’epoca dalle più antiche fino agli anni recenti, insegne araldiche, prove d’arme e pennoni di famiglie dei territori del Gran Priorato di Lombardia e Venezia e d’Italia, mappe, piantine degli edifici, dettagli di lastre tombali, capitelli, altari, vedute cittadine ed altre immagini, che, nel loro insieme, accompagnano il lettore nella progressiva esperienza di incontro con la storia melitense che da queste pagine emerge con commossa partecipazione. La presentazione del Gran Maestro Fra’ Giacomo Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto riconosce all’opera di Clemente Riva di Sanseverino non solo la correttezza nella ricostruzione storica delle vicende del complesso architettonico ma anche l’appassionata rievocazione della esperienza umana di uomini e donne che nei secoli vivificarono con il loro servizio e la loro fedeltà all’Ordine quegli spazi fisici, una universitas personarum capace di testimoniare, nell’amore confraterno, il senso della tuitio fidei e dell’obsequium pauperum. Nell’invito alla lettura, Fra’ Giacomo unisce all’apprezzamento ed alla profonda condivisione dei valori espressi una bella citazione che valorizza il senso della consapevolezza storica del passato per quanti si trovino ad operare nell’Ordine o ne vogliano comprendere la intensa, inesausta e sempre rinnovata spiritualità: «la storia è la filosofia che insegna con degli esempi, e colui che ignora la storia non ha passato né futuro». Il volume è suddiviso in sedici capitoli che ripercorrono diacronicamente la vicenda storica del Palazzo Gran Priorale di Venezia, a partire dalle prime fonti documentali che attestano un Hospital de Hierusalem nel XII secolo, attraversandone le vicende per il tramite delle trasformazioni architettoniche, delle donazioni e delle opere artistiche che vennero a decorare gli ambienti e la Chiesa e di molti tra i protagonisti, spesso di straordinario profilo, che ne abitarono gli spazi.

Nell’Introduzione, l’autore cita con ammirazione le monografie precedenti e l’Archivio del Priorato, fonte di alcune integrazioni e di gran parte dell’iconografia che corredano la sua opera. Se il servizio individuale nell’Ordine si concentra nel fare e non nell’apparire, la fondamentale presenza del messaggio cristiano che appare nella storia della testimonianza al mondo dell’opera dell’Ordine di Malta è un bene prezioso che merita di essere descritto e diffuso.

Il primo capitolo, Da Gerusalemme al Terzo Millennio, ripercorre la storia dell’Ordine Giovannita, dalla prima fondazione di un ospedale per pellegrini ad opera del Beato Fra’ Gerardo a Gerusalemme, nei luoghi dove la tradizione voleva sorgesse la casa di San Giovanni Battista, nella seconda metà del XI secolo, alla bolla Pie postulatio voluntatis di Papa Pasquale II con il riconoscimento ufficiale del nuovo Ordine con protectio apostolica, alla caduta di San Giovanni d’Acri del 1291, e poi alle vicende di Rodi, di Malta, di Lepanto, ed al Codice voluto dal Gran Maestro de Rohan a metà settecento; la conquista napoleonica del 1798 muta lo scenario, e l’autore tratteggia brevemente le peripezie dell’Ordine nel primo Ottocento per passare poi a descriverne l’organizzazione attuale, lasciando la parola alle espressioni di san Giovanni Paolo II e del cardinal Caraffa.

Nel secondo capitolo, A Venezia, la ricostruzione storica lascia i percorsi più noti per approfondire la questione storiografica del primo sorgere di un ospedale giovannita a Venezia. Da un testamento del 1144 apprendiamo del lascito di una Melenda, moglie di Ottone Falier, a favore dell’Hospital de Hierusalem. Ma il dato forse ancora più interessante è l’argomentazione che l’autore conduce per smentire l’ipotesi storiografica che l’odierna sede dell’Ordine fosse in origine una proprietà dei Templari: non solo contro questa ipotesi gioca l’atto del 9 novembre 1187 con il quale l’arcivescovo di Ravenna Gerardo dona ai Giovanniti terreni a Venezia in località Fossaputrida affinché vi vengano costruiti un ospedale ed una chiesa, ma anche il documento del 1313 con il quale i Giovanniti domandano alla Repubblica l’attribuzione dei beni cittadini dei Templari, non citando fra questi San Giovanni del Tempio, smentisce che questi edifici appartenessero all’Ordine templare; il quale ordine, in aggiunta, era solito consacrare le sue chiese alla Beata Vergine, e non a San Giovanni. Altri documenti del tardo XIII secolo, in parte riprodotti in immagine, attestano l’esistenza a Venezia di un priorato giovannita prima della soppressione dei Templari. Non sembra quindi dubbio, conclude l’autore, che l’origine del complesso degli edifici attuali che costituiscono il Gran Priorato di Lombardia e Venezia risalga alla donazione del 1187, anche se ben pochi sono gli elementi architettonici che possano richiamare le vestigia di quell’epoca.

La Chiesa e la Scuola Dalmata è il titolo del terzo capitolo. L’autore vi prende in esame una tela del Carpaccio che ancora oggi decora le pareti della Scuola Dalmata. La tela rappresenta san Girolamo che riporta nel convento il leone ammansito. Ma la tradizione vuole che gli edifici raffigurati sullo sfondo siano quelli del Cavalieri di san Giovanni, che ospitarono la Scuola in un primo tempo, con il dubbio se siano essi strettamente realistici o liberamente rappresentati dall’artista. Dopo una ricostruzione storica del fenomeno delle Scuole a Venezia, e in particolare di quelle ospitate nella chiesa priorale dei cavalieri giovanniti come la Scuola di san Giovanni Battista, trasferita nel 1425 dalla vicina chiesa di San Giovanni in Laterano e la Scuola Dalmata, costituita nel 1451 dal doge Francesco Foscari e dedicata ai santi Giorgio e Trifone, il capitolo si sofferma brevemente sull’ospedale di santa Caterina, con un repertorio di immagini che rintraccia le presenze giovannite nei bassorilievi che ne adornano le pareti esterne.

Il quarto capitolo presenta il notissimo dipinto Il Battesimo di Cristo di Giovanni Bellini. Restaurata con l’intervento del 2013-14, questa grande tavola del Gianbellino, di grande formato e di pregevole fattura, commissionata nel 1500 dal Priore Fra’ Sebastiano Michiel e consegnata nel 1504, ornava l’altar maggiore della Chiesa priorale fino alla soppressione napoleonica. Recuperata dalle autorità asburgiche nei depositi della Commenda di Malta ed inviata a Vienna, la tela venne restituita all’Italia e a Venezia nel 1919 e ricollocata finalmente nella Chiesa di san Giovanni Battista dell’Ordine di Malta. L’autore confronta la tela del Bellini di san Giovanni Battista con altre sue opere di analogo modello, come la pala d’altare della chiesa di santa Corona a Vicenza, ed approfondisce la figura del committente, patrizio veneto di rilevante presenza nella città lagunare al passaggio tra XV e XVI secolo, più volte raffigurato in dipinti coevi e citato da Marin Sanudo nei suoi diari come personaggio ragguardevole.

Il titolo del quinto capitolo è infatti Il Priore Fra’ Sebastiano Michiel. L’autore descrive le altre opere pittoriche dell’epoca che lo vedono, o lo vedrebbero, raffigurato: la Vocazione di Maria di Carpaccio, nella vicina Scuola degli Schiavoni, dove il suo riconoscimento è discusso. Ma sicuramente il Michiel viene rappresentato nella Processione di san Marco di Gentile Bellini, dove appare sulla destra seguito da un servente d’armi, e nel Miracolo della Croce, ancora del Carpaccio, dove apparirebbe in abito di Malta su di una gondola. Il Sanudo nella sua cronaca lo riconosce presente ad entrambe le processioni del Corpus Domini del 1500 e del 1511 e lo cita come «cavalier jerosolimitano». Personaggio dotato di un temperamento di spiccata personalità, aveva messo mano ad un grande rimaneggiamento del Priorato a fine Quattrocento. Aveva ottenuto da papa Innocenzo VIII e da Alessandro VI Borgia nel 1492 di poter disporre personalmente dei benefici ecclesiastici del Priorato, ed a Roma aveva poi partecipato al Concilio lateranense del 1513, dove si era distinto in una vittoriosa polemica con Pietro Grimani sul diritto di precedenza. Ma più famosa ancora fu la sua quasi ventennale polemica per ottenere la giurisdizione sulla Scuola degli Schiavoni, sostenendo la sua propria obbedienza, come Priore gerosolimitano, al Papa ed al Gran Maestro e non alla Repubblica di Venezia. La contesa fu poi risolta con un arbitrato, con la concessione di una sala alla Scuola ma a prezzo di un sostanzioso riconoscimento al Priorato della sua oggettiva proprietà. Veniamo così a riconoscere il grande prestigio ricoperto dal Priore dell’Ordine gerosolimitano nella Venezia del primo Cinquecento: assimilabile alla autorevolezza di un vescovo, rappresentante diplomatico dell’Ordine in città, il Priore aveva poi ampia giurisdizione civile e criminale su tutti i confratelli, come riportato dal più tardo codice di Rohan. Il sesto capitolo tratta dei Restauri antichi. Il citato restauro voluto da Sebastiano Michiel nel 1492 trasformò radicalmente la chiesa: da tre navate, con tre absidi, fu condotta ad aula unica con una sola abside verso oriente. L’autore analizza nel dettaglio i lavori, resi evidenti dal restauro del 2013-14. Degno di nota il rifacimento del tetto ligneo, utilizzando la copertura di uno “squero” dismesso. Altri lavori furono compiuti nel 1686 e nel 1702, con la sistemazione della facciata verso il canale. Nel 1759 nuovi importanti lavori furono promossi dal Ricevitore Fra’ Francesco Maria Boccadiferro, bolognese, divenuto più tardi Gran Priore. Di poco posteriori a questi lavori, due catastici cabrei riportano cataloghi di tutti i beni e gli edifici del Gran Priorato. L’autore descrive con puntualità una ricca serie di elementi. Di tutto questo citiamo solo alcuni aspetti significativi: dei sette altari originari della chiesa, Boccadiferro ne fece togliere due, per creare accesso diretto alla sacrestia e al cimitero; il palazzo priorale conserva ancora la struttura originale che aveva nei primi anni del cinquecento, con al centro il cortile con il chiostro su tre lati, la vera da pozzo e lo scalone; pochi furono i Gran priori ad abitare effettivamente il palazzo, che veniva più spesso lasciato alle cure di un luogotenente, che spesso riuniva in sé le cariche di Ricevitore e Ministro accreditato presso la Repubblica veneta.

Soppressione napoleonica e Restaurazione. Il settimo capitolo ricorda il triste periodo seguito alla soppressione napoleonica del 1806. I beni del Gran Priorato furono trasferiti al Demanio. La mortificazione dell’Ordine continuò con l’affitto dei locali del palazzo a famiglie di bassa condizione economica o la loro riconversione a magazzino. La chiesa venne a sua volta ridotta a magazzino e spogliata di tutti i suoi decori. Solo decenni dopo, grazie al lavoro del luogotenente di Gran Maestro Fra’ Carlo Candida, gli antichi Gran Priorati di Lombardia e di Venezia furono ricostituiti in un unico Gran Priorato nel 1839 e nel 1841 l’imperatore Ferdinando I d’Asburgo restituì all’Ordine la chiesa, il palazzo e l’orto. Il capitolo segue i lavori di ristrutturazione degli spazi devastati dall’incuria. L’altare maggiore fu recuperato dai resti rinascimentali della chiesa di San Geminiano, abbattuta da Napoleone in piazza San Marco. Il pavimento venne riparato, riportando le lastre tombali negli ambulacri. Anche le campane vennero fuse ex-novo e poste nel campanile che però, dodici anni dopo sarebbe stato abbattuto per instabilità. L’autore rievoca l’inaugurazione del 1843 con la rappresentazione della processione dei cavalieri e delle autorità asburgiche intervenute, fra le quali il giovane arciduca Federico.

L’Arciduca Federico è infatti il titolo dell’ottavo capitolo. Il profilo biografico di questo sfortunato giovane discendente di casa d’Asburgo interseca le vicende del Gran Priorato di Venezia e della sua sede. Nato nel 1821 da Carlo, terzogenito di Leopoldo II poi divenuto Carlo d’Asburgo-Teschen, Federico aveva frequentato il Collegio di Marina di Venezia, uscendone ufficiale a sedici anni. A soli ventuno anni, già promosso capitano di vascello, partecipò alla spedizione in Siria mettendosi in luce durante lo sbarco notturno a San Giovanni d’Acri per spirito d’iniziativa e valore militare. Rapidamente divenuto contrammiraglio e comandante del Distretto militare di Venezia, assistette al dramma dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro nel 1844 senza tuttavia provare a salvare la vita dell’antico compagno di studi navali, probabilmente per il senso di obbedienza all’autorità che vinse sulla disposizione buona e generosa del suo animo. Il 2 giugno del 1845 Federico prendeva i voti come Cavaliere professo dell’Ordine di Malta, dopo avere domandato all’imperatore Ferdinando l’autorizzazione a questo importante passaggio spirituale. La sua esistenza, che proseguiva nella carriera di comandante di Marina, fu però brevissima. Cinque mesi dopo la scomparsa del padre, anche Federico spirava a Venezia il 5 ottobre 1847. Dal 1854 il suo corpo riposa nella Chiesa di San Giovanni Battista dell’Ordine di Malta, ritratto in un solenne monumento dello Zandomenghi.

Il nono capitolo è dedicato a Le Commende. Una rapida ricognizione della diffusione di questo fondamentale istituto dell’Ordine di Malta elenca le decine di Commende presenti nei Priorati di Lombardia e Venezia, originatesi fin dai primi tempi dell’Ordine e ne indica le rendite, ricavabili da relazioni e ricognizioni. La discesa di Napoleone nel 1797 sopprime le Commende ed i Priorati, incamerandone i beni, pur tra le proteste del Luogotenente del Gran Priorato di Venezia, pronto a rilevare l’illegittimità del provvedimento, ottenendo la solidarietà persino del Comitato di salute pubblica di Venezia. La questione fu dibattuta duramente per anni, dopo il trattato di Campoformio e la morte della Serenissima Repubblica fino a che, nel 1806, avveniva la soppressione dell’Ordine. L’autore riprende con l’età della Restaurazione, i luogotenenti del Gran Magistero ed infine la rielezione di un Gran Maestro nel 1879 nella persona di Fra’ Giovanni Battista Ceschi a Santa Croce. È dalla metà circa del XIX secolo che risale la gran parte delle Commende del Gran Priorato di Lombardia e Venezia, con atti di fondazione che esprimono la volontà di renderle inalienabili nelle linee designate dalle famiglie istitutrici. Oltre alle Commende, il Gran priorato fu beneficiario di alcuni legati o di lasciti ereditari che ne aumentarono il patrimonio in dotazione.

Il decimo capitolo è dedicato all’Archivio. Luogo d’elezione di ogni ricerca sulla storia del Gran Priorato, conserva oltre milletrecento faldoni, il cui documento più antico risale al 1220. Questo ricchissimo deposito, distinto per classi di contenuto, è ancora, in particolare per i documenti più antichi, poco esplorato. È costitutivo della spiritualità e dell’amministrazione dell’Ordine di Malta l’esercizio della conservazione dei documenti e delle testimonianze della propria opera nel mondo. Vi sono custoditi processi araldico-genealogici per l’ammissione nell’Ordine, diplomi, bolle, titoli, privilegi, ma anche le relazioni priorali delle ispezioni quinquennali alle Commende sul territorio. E proprio alla disposizione per ordine di Commende si ispirò la riorganizzazione dell’Archivio voluta nel 1703 dal Gran Priore Fra’ Antonio Solaro di Govone. L’autore si diffonde nella descrizione puntuale dei passaggi che i documenti conobbero dopo la soppressione del 1806, fino alla restituzione nel palazzo di Malta dell’antico Archivio. che poté essere completata, con la concessione dei molti Archivi di Stato che ne detenevano porzioni significative, nel 1903.

Un breve capitolo è dedicato all’Ordine di Sant’Antonio di Vienne. Un grande tabellone ovale che sormontava la porta principale del palazzo Gran Priorale nel settecento, come compare nel catastico-cabreo del 1794, portava dipinti appaiati due stemmi melitensi accollati ad un’aquila bicipite che regge nel becco una Tau. Essa era il simbolo dell’antichissimo Ordine dei canonici di Sant’Antonio di Vienne, dediti alla cura dei pellegrini affetti da fuoco di Sant’Antonio, che nel 1774 deliberarono di incorporarsi nell’Ordine di Malta.

Con il dodicesimo capitolo, Il Novecento: i restauri, l’ambulatorio “Croce di Malta” e le altre opere, prende avvio la parte dedicata alla stagione più recente del Gran Priorato e della sua sede. Nel capitolo in questione l’autore procede dagli importanti lavori di restauro iniziati a partire dal 1950, quando, dopo anni di minore cura da parte del Gran Priori succedutisi, si riprese a curare gli arredi interni e a compiere scoperte storiche di affreschi significativi nella sala tra Archivio e Chiesa. Rifatto nella chiesa il pavimento in marmo di Verona nel 1957, ridipinte le pareti, restaurato l’organo, ripristinate le funzioni liturgiche tradizionali e la distribuzione di alimenti alle famiglie bisognose, il Gran Priorato riprendeva ad operare intensamente. In questo quadro si volle riprendere l’attività del piccolo ambulatorio creato con una donazione di Gaetano Marzotto negli anni Quaranta. Stipulate convenzioni con gli enti mutualistici, rinnovati ed ampliati gli spazi, l’ambulatorio fu inaugurato nel 1958 alla presenza del Cardinal Roncalli. Fino agli anni novanta avrebbe funzionato come ambulatorio e laboratorio di analisi, con interventi anche in ambito pediatrico con il Centro pediatrico Franca Quarantotti Gambini. La Delegazione di Venezia curava corsi di primo soccorso per i membri dell’Ordine e stampava manuali di pronto soccorso traducendoli dal tedesco del Malteser Hilfendienst di Colonia che sarebbero stati ristampati nel 1985 a cura del CISOM e del Gran Priore Balì Fra’ Gherardo Fava Simonetti. Nel 1974, infine, veniva ripristinata una biblioteca, arricchitasi negli anni con preziosi volumi frutto di donazioni.

Nel capitolo Episodi di vita giovannita: dalla Serenissima ai nostri giorni, l’autore offre un quadro di grande interesse, relativo ad epoche diverse ma ricco di spunti storici e di costume. Dal cerimoniale di ingresso del nuovo Ricevitore come Ambasciatore presso la Serenissima, che descrive la funzione di questa carica dell’Ordine e delle sue relazioni, politicodiplomatiche ma anche cerimoniali con le autorità venete, al ritorno delle spoglie di san Pio X nel 1959, alle visite dei Gran Maestri con la citazione dei Cavalieri presenti alle cerimonie. Un paragrafo interessante è dedicato alla storia dell’abito di Chiesa dei Cavalieri non professi e dei Donati. L’articolo è impreziosito da una ricca serie di immagini fotografiche che ben rendono le atmosfere dei decenni che ci hanno preceduto.

Il quindicesimo capitolo, Cenni su alcuni titolari del Priorato, offre un interessante repertorio onomastico e storico biografico, anch’esso ricchissimo di immagini.

Infine, l’ultimo capitolo, Moderni per Tradizione, riprende il tema iniziale della ispirazione spirituale ed operativa melitense. Descritte le attività delle diverse Delegazioni del Gran Priorato, numerose, concrete, fattive e sempre rinnovate, l’autore può unire lo spirito di Tradizione con la capacità di adattamento ai tempi e d’innovazione operativa indicando in questa profonda unità ciò che lega idealmente i Cavalieri ed i volontari odierni agli antichi predecessori che impugnarono la spada per difendere ammalati e pellegrini inermi. Mutati i tempi, non muta lo spirito di servizio e di dono di sé gratuito e disinteressato, secondo il comandamento dell’Amore verso il Signore e verso il prossimo, che anima da quasi un millennio il Sovrano Militare Ordine di Malta.

 

Ottavio di Bevilacqua

Tratto da: “Notiziario dell'Associazione Nobiliare Regionale Veneta”. Rivista di studi storici, nuova serie. anno XI, 2019.