| Lunedì 02 Novembre 2009 18:52 | |
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Eleonora Melzi d'Eril, membro del Gruppo giovanile della Delegazione, ci racconta la sua esperienza in Abruzzo in occasione del terremoto. Eccomi di ritorno a casa, alla mia “normalità”. Mi fa quasi strano dormire tra quattro mura e non in una tenda. Mi piacerebbe tornare presto lì, dove ho lasciato una parte di me, e vedere questa gente che si è ripresa la propria vita. Le immagini delle profonde ferite lasciate dal sisma che scorrono durante i servizi dei telegiornali, l'orrore della morte, il dolore dei sopravvissuti, le macerie, le rovine e la voglia di ricominciare mi scorrono davanti agli occhi nei ricordi di aprile scorso.. Ci sono tanti modi per reagire di fronte a realtà come queste. Per una settimana, dall'alba fino a sera, mi sono prodigata in mille e una mansione. Dalla pulizia delle tende, al servizio in cucina e mensa, e ai turni di controllo e sicurezza in carraia, compresa la notte. Credo che nulla avrebbe potuto darmi di più di quanto non abbia fatto la gratitudine della gente. Questa esperienza mi ha arricchito molto. Eravamo, la sottoscritta e gli altri volontari, lì per aiutare in qualunque maniera ci fosse possibile, e facevamo qualunque cosa di cui ci fosse bisogno. A casa ho riportato una lezione di vita. Gente che manifesta gratitudine e riconoscenza per la presenza dei volontari, e gente che invece guarda tutte quelle uniformi con fastidio. Perché anche chi ci ha accolto con maggiore distacco non lo ha fatto perché ce l'avesse con i volontari, con la nostra presenza e con il nostro lavoro, ma solo perché le divise gli ricordavano in ogni momento il dramma in cui il terremoto lo aveva fatto piombare. Sentirsi utile. Avere la consapevolezza che tutto il lavoro che si fa, fosse anche quello all'apparenza più banale, serve in realtà a dare un aiuto concreto a persone in difficoltà. Una sensazione che difficilmente si può provare nel quotidiano, quando spesso tutto appare scontato, forse addirittura improduttivo, privo di significato, e i lavori di fatica come pulire una tenda o un servizio igenico sarebbero le ultime cose in cui ci si vorrebbe cimentare. Invece, così, tutto assume un altro significato, un'altra dimensione. La prospettiva cambia. Di ritorno dall'Abruzzo, mi sono ritrovata con un bagaglio di emozioni, affetti e ricordi più pesante dello zaino con cui mi ero messa in cammino. Al di là del fare semplice volontariato, ho la consapevolezza di aver fatto parte di un grande meccanismo di solidarietà, e questo è il ricordo migliore che mi resterà, insieme con la speranza e il desiderio di ricominciare, letto negli occhi degli abruzzesi quotidianamente. Il profondo legame umano che siamo riusciti a stabilire con le persone in quei difficili frangenti è qualcosa che non si può dimenticare, e che non voglio che rimanga solamente la breve esperienza di sette giorni di servizio. “ Domani, domani domani , lo so, lo so che si passa il confine, e di nuovo la vita sembra fatta per te e comincia domani domani è già qui.. .. Come l’aquila che vola libera tra il cielo e i sassi siamo sempre diversi e siamo sempre gli stessi hai fatto il massimo e il massimo non è bastato e non sapevi piangere e adesso che hai imparato non bastano le lacrime ad impastare il calcestruzzo eccoci qua cittadini d’ Abruzzo e aumentano d’intensità le lampadine una frazione di secondo prima della finee la tua mamma, la tua patria da ricostruire.. ...Domani è già qui Domani è già qui ” |
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