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Giovedì 25 Marzo 2010 00:46

“Vittorie e sconfitte dei Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, oggi chiamati Cavalieri di Malta”.  Prima tornata, Terrasanta e Rodi (1099-1523).

Gerusalemme  fu città  romana e poi bizantina, parte dell’impero romano d’oriente.  Non si pensi quindi ad una città orientale ;  le case erano arredate alla romana , avevano bagni e giardini,  vi erano fognature pubbliche.  Nel sesto secolo  la città era stata presa dagli arabi , ma   ancora  dopo l’anno 1000 in Terrasanta si viveva in modo più civile che non in Europa .   Evidentemente vi era stata piena assuefazione fra cristiani e arabi.

Se non che, nel 1070  gli arabi furono cacciati da Gerusalemme,  e da tutta quella parte che oggi é Siria, Libano ed Israele. A cacciarli  furono  i turcomanni, provenienti dal Turkemenistan, gente che aveva occupato la Persia, l’Iraq e la Mesopotamia e che ora dilagava nell’Asia minore cacciando via  i bizantini a nord e gli arabi a sud. 
Gli arabi avevano accettato  con benevolenza il flusso  dei   pellegrini cristiani, che  si recavano in Terrasanta per  assicurarsi il paradiso in vista del giudizio universale che si riteneva prossimo; i turcomanni  invece ostacolarono i pellegrini con tasse e ruberie, rendendo il viaggio un’avventura costosa e pericolosa.

 

Papa Urbano II, che era francese, non volle tollerare più oltre che una nuova orda di infedeli, molto peggiori degli arabi, dominasse Gerusalemme e la Terrasanta. Nel 1095, al concilio di Piacenza, questo Papa lanciò l’idea di una crociata di tutti i cristiani uniti, per liberare Gerusalemme e quei territori.

L’Europa rispose compatta all’appello del papa:  prima a partire fu una crociata di circa 20.000 popolani miserabili, al comando di un Pietro l’Eremita e di un Gualtiero Senza Averi (i nomi dicono molto). Questa orda disordinata, includeva intere famiglie  attratte dal miraggio di una vita terrena migliore; un prete visionario aveva sparso la  voce che per prendere Gerusalemme  bastava fare  due giri intorno alle mura a piedi scalzi. Questa orda dunque, senza mezzi e malamente armata, si mosse via terra saccheggiando, per sopravvivere, città e campagne cristiane, compresa la città di Belgrado.  Quanti di loro arrivarono a Bisanzio,  saccheggiarono anche le campagne cristiane intorno  alla città, tanto ché l’Imperatore di Bisanzio li fece subito imbarcare, e li trasferì oltre il Bosforo,  dove i turcomanni li aspettavano e li fecero a pezzi. Si salvarono soltanto qualche bel ragazzo e qualche bella fanciulla che finirono nei  serragli turchi.

A questa parvenza di crociata popolare senza dubbio si é ispirato Mario Monicelli per il suo film “l’Armata Brancaleone”, dove Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), al grido di guerra: “branca  branca branca- leon leon leon”,  marciò per i boschi alla testa di un nucleo di sedicenti crociati, i più scassati del mondo, da Norcia fino al mare (credo fosse la pineta di Viareggio), in cerca di una nave che li portasse in Terrasanta… dopo un po’ questi crociati gioirono e ringraziarono il Signore vedendo avvicinarsi una vela, la nave che li avrebbe portati in Terrasanta, che però risultò essere una nave di corsari saracini che scesero a terra,  catturarono l’intero gruppo dei crociati, li issarono in alto attaccati a dei rami di pino ciascuno legato come fosse seduto proprio   sopra un palo molto aguzzo piantato nella sabbia.   Non ricordo cosa successe dopo, ma il film continuò.

Due anni dopo il  fallimento della crociata popolare, nell’anno 1097, sempre via terra, arrivò a Costantinopoli la prima vera  crociata guidata da Goffredo di Buglione (anche lui un francese), con 30.000 fanti e 10.000 cavalieri, insieme ad altri principi cristiani con le loro truppe, per un totale sembra di 150.000 uomini, tutti soldati ben addestrati, disciplinati e ben armati.

Questo poderoso esercito fu ben ricevuto dall’imperatore di Bisanzio, che mise a disposizione la flotta per passare in Asia minore, dove, avanzando lentamente ed espugnando una città dopo l’altra, Antiochia, Tarso, Nicea, dopo due anni di successi l’armata cristiana arrivò finalmente su una collina in vista della città di Gerusalemme, la Città Santa.  Molti crociati piansero di commozione a quella vista.

Il 15 luglio 1099 i crociati attaccarono massicciamente quella che era la città più fortificata del mondo, e nel giro di un paio di mesi riuscirono ad entrare dentro le mura e prenderla.

Tuttavia, una volta entrati in città, come già era avvenuto ad Antiochia, i crociati combinarono un guaio enorme massacrando indistintamente tutta  la popolazione, donne, vecchi, bambini, musulmani, cristiani, ebrei, armeni, tutto rubando e tutto saccheggiando inclusi i luoghi sacri cristiani.      Lordi di sangue innocente, i crociati si inginocchiavano per le strade a pregare e ringraziare il Signore.      Fu questo fatto che diede origine all’odio implacabile di tutti i musulmani verso i cristiani per secoli avvenire.

Prima che i cristiani avessero iniziato l’attacco contro le mura di Gerusalemme, il governatore turco della città (ora li chiameremo turchi) aveva civilmente fatto uscire dalle mura i cristiani che volevano unirsi ai loro correligionari; fra quelli che uscirono vi fu un Fra Gerardo, un italiano di Amalfi,  “amministratore” dell’ospizio dei pellegrini fondato in città venti anni prima, quale opera pia, da un gruppo di mercanti amalfitani, con il consenso dei saracini.

Secondo un’altra versione, il governatore turco avrebbe lasciato Fra Gerardo in carica a dirigere l’ospizio per curare i feriti turchi che si prevedeva vi sarebbero stati.

Ritornata la normalità  dopo il massacro di Gerusalemme , i crociati  stabilirono un regno franco o cristiano che comprendeva tutti quei territori. Fra’ Gerardo riprese  a gestire l’ospizio, con lo scopo di alloggiare ed assistere i pellegrini che continuavano ad arrivare dall'Europa, specialmente se poveri o ammalati.            L’ospizio aveva ricevuto consistenti aiuti da Goffredo di Buglione, capo della crociata, e da tutta la cristianità.     Questo ospizio era stato impiantato nella sede di un più antico  monastero dedicato a San Giovanni  e gli sponsors amalfitani vi avevano con ogni probabilità apposto  la loro croce a otto punte azzurra, emblema della potente repubblica marinara di Amalfi, derivata da una più antico segno bizantino del V / VI secolo.

Da allora la croce a otto punte divenne la croce di San Giovanni;   un esempio bellissimo, del XIII secolo,  è nel battistero di San Giovanni a Firenze.   Di questa croce si fregiarono, sui loro mantelli neri, i cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme cambiando però il colore in bianco, ovviamente perché  il celeste sul nero risaltava poco.  Più tardi,  i cavalieri chiesero ed ottennero dal Papa di cambiare il colore dei loro mantelli dal nero al rosso perché si vedesse meno il sangue delle ferite in battaglia, restando bianca la croce a otto punte che oggi si chiama “Croce di Malta” .   Tuttavia per vessilli o bandiere dell’Ordine, é probabile che in Terrasanta fosse usata la croce di San Giorgio, rossa a tutto campo su fondo bianco, simbolo delle crociate e di tutta la cristianità in Terrasanta.  Quando poi l’Ordine ebbe una flotta,  fu usata per bandiera la croce a tutto campo bianca su fondo rosso, che riprendeva i colori dei mantelli dei cavalieri.

Gerardo era uomo  intraprendente e fondò un ordine religioso (lui era un frate) al quale diede il nome di “Ordine Ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme”.     Nei primi tempi la regola dell’ordine fu strettamente monastica, i frati mangiavano solo pane e acqua , dormivano vestiti di lino o di lana, andavano a letto subito dopo compieta e  si alzavano al  mattutino, come tutti i frati del mondo.

Probabilmente per volere di Gerardo, l’attività del nuovo ordine   non si limitò a gestire l’ospizio di Gerusalemme, ma furono fondati altri ospizi dell’ordine in  Europa, ovunque transitavano  i pellegrini diretti in Terrasanta.    L’ordine ebbe così un improvviso enorme successo ricevendo ovunque  cospicui lasciti da parte di persone ricche che volevano guadagnarsi il paradiso.  In Francia,  in Spagna e in Italia l’Ordine divenne in pochi anni proprietario di grandi e redditizi possedimenti.

Gerardo morì nel 1120 e sulla sua tomba a Gerusalemme si legge fra l’altro: “qui giace il più umile uomo dell’oriente”. In un’altra lapide contemporanea riferita all’Ordine si legge: “i poveri sono nostri padroni, dei quali ci consideriamo servi”.

L’Ordine di San  Giovanni, fondato dunque nel 1099 per accogliere ed assistere i pellegrini, ben presto ritenne opportuno  armare un certo numeri di frati  per proteggere dai predoni musulmani i pellegrini nei loro spostamenti.   Fra l’altro, una colonna di 700 pellegrini era stata assaltata dai predoni, e 300  pellegrini erano stati uccisi.  Si trattava di scortare i pellegrini anche in lunghi viaggi, come ad esempio portarli al monastero di Santa Caterina di Alessandria nel Sinai.

Per fronteggiare la crescente aggressività dei turchi, pur continuando l’ opera ospitaliera, in breve tempo l’Ordine organizzò un suo vero e proprio ramo militare  molto ben addestrato, imitando in questo l’ordine dei templari da tempo operante in Terrasanta.   Furono adottate molte delle regole dei Templari inclusa la nomina di un “gran maestro” al posto dell’amministratore, e di un “maresciallo” a capo delle truppe, alle dirette dipendenze del gran maestro.   Primo gran maestro  fu Raymond de Puy,  quasi certamente  originario di Lucca, della potente e antichissima famiglia di Poggio (De Podio in latino)  della quale un ramo si era trasferito in Francia, caso comune a molte  importanti famiglie lucchesi di mercanti.

Rimanevano  per i cavalieri combattenti i severi voti di povertà castità e obbedienza, ma si trattava di 500 giovani di famiglie nobili, dediti interamente al mestiere delle armi, addestrati a  esercizi fisici ogni giorno, ed  è impensabile che i voti potessero essere osservati.   Da Roma  arrivò  infatti una strigliata del Pontefice, scontento della moralità dei cavalieri, ma l’Ordine era ormai così potente da poter ignorare il rabbuffo del Papa.

Questo corpo militare dell’Ordine di San Giovanni  crebbe  rapidamente, tanto che verso il 1150 l’Ordine aveva costruito e presidiava una cinquantina di capisaldi e fortezze sparsi su oltre 700 chilometri di costa e  relativo  entroterra.  Alcune di queste fortificazioni erano semplici torrioni di avvistamento, ma altre, almeno sette, erano grandiose e imponenti fortezze come il Krak dei cavalieri, Margat o Belvoir.   Le fortezze più grandi erano  adatte per sostenere l’attacco o l’assedio di decine di migliaia di nemici, sempre costruite con più cinte di mura, spesso tre.

Un viaggiatore inglese dei tempi moderni ha definito il Krak dei cavalieri: “il castello forse meglio conservato e più ammirevole del mondo; guardarlo dalle sottostanti colline della Siria é un profonda emozione e aiuta a capire il vero significato del movimento crociato: regno, potere, gloria”.   Questa fortezza, posta in territorio montano a  650 metri di altezza sul livello del mare, presidiata da 2000 fra cavalieri e loro soldati, aveva il compito di sbarrare il passo agli eserciti musulmani provenienti da nord.   Più volte attaccata, per oltre 60 anni riuscì a respingere il nemico.

Il ramo militare degli Ospitalieri, al pari di quelli di altri ordini ,  era  strettamente nobiliare,  con una impetuosa componente di cavalleria  e di feudalesimo medioevale che non mancò di manifestarsi in divergenze fra gli ordini e liti fra i cavalieri stessi, non escluso qualche duello per sistemare le liti.
L’Ordine era diviso in tre classi: i  cavalieri combattenti o ospedalieri, i cappellani che erano ecclesiastici, ed i serventi ( confratelli o donati) che erano al servizio dei cavalieri sia nell’attività ospedaliera che in quella militare.

Per quasi 90 anni tutto andò liscio per il  regno franco, con pace e prosperità,  ma i vicini turchi erano sempre più minacciosi ;   avevano visto bene i nostri cavalieri, e quelli degli altri ordini, a militarizzarsi e  compiere grandiosi lavori in opere difensive.

A mandare all’aria pace e  prosperità ci pensò Saladino, Gran Sultano dei turchi       (il “Feroce Saladino”,  della serie delle figurine “Elah” del concorso dei quattro moschettieri. La figurina  più rara in assoluto del concorso, che nessuno riusciva mai a trovare nelle nocciolate “Elah”, e che mio padre alla fine mi procurò, credo per venti lire, da un signore in giacca e cravatta che venne apposta a casa nostra a San Domenico, sulla via per Fiesole, una domenica mattina, con mio stupore e ammirazione).

Il Saladino vero, il Gran Sultano, era un curdo dell’Armenia, educato a Damasco, principale centro della cultura islamica; onesto, valoroso, cavalleresco, benevolo con i bambini, sempre generoso e ospitale.       Aveva però deciso di cacciare i cristiani dalla Terrasanta, e non era tipo da decidere senza porre in atto; diceva che avrebbe ripulito l’aria anche dal respiro dei cristiani.

Nel 1186 Saladino, con il suo potente esercito, aveva già conquistato molte città cristiane, sempre dopo aspri combattimenti contro i difensori, specialmente Templari e Ospitalieri di San Giovanni, che non cedevano fino alla morte.

Nel 1187 Saladino attaccò i cristiani, principalmente Templari e Ospitalieri con le loro truppe al soldo, e li sconfisse vicino a Tiberiade, in un combattimento storico. I cristiani al comando di Guy, re di Gerusalemme, si avvicinarono ai nemici traversando con un sole rovente e senza acqua  un grande spazio desertico. Fu un errore fatale; i cristiani arrivarono alla battaglia  già stremati,  uomini e cavalli, e furono fatti a pezzi dall’esercito di Saladino che li attese e li affrontò con gli uomini freschi e ben riposati.   Fu così distrutto il grosso dell’esercito cristiano.

Dopo la vittoria di  Tiberiade, non fu difficile per Saladino assediare e conquistare la vicinissima Gerusalemme, sia pur difesa dalla restante  guarnigione cristiana all’ultimo sangue.

Saladino morì nel 1193.  Tuttavia i sultani che gli successero continuarono la  politica aggressiva, rivolta a cacciare definitivamente i cristiani dalla Terrasanta..

Persa Gerusalemme, rimasero ai cristiani, grazie alla III crociata di Riccardo Cuor di Leone e San Luigi re di Francia, ancora un certo numero di fortezze e di città , con buoni  porti sulla costa. Alcune di queste città riuscirono a resistere ai musulmani ed anche a prosperare  per un secolo ancora, improntato però a periodiche guerre difensive contro gli aggressivi  sultani successori di Saladino. In questo periodo i crociati o gli ordini crociati,  Templari, Ospitalieri, Teutonici, Della Spada, e altri, combatterono sempre fianco a fianco, nonostante le immancabili divergenze fra loro:


Nel 1187 era caduta Gerusalemme
Nel 1247  cadde     Ascalone
Nel 1268   cadde     Antiochia
Nel  1271  cadde     Il Krak  dei cavalieri
Nel  1284  cadde     Tripoli del libano
Nel  1285  cadde     Marcat
Nel  1291  cadde     San Giovanni d’Acri

La città di San Giovanni d’Acri fu l’ultima a cadere, attaccata l’11 aprile  1291  dal Sultano d’Egitto Khalil con un esercito di 100.000  mamelucchi, truppe sceltissime, e 40.000 cavalli, con 90 gigantesche catapulte ed un complesso di altre macchine da assedio mai visto prima di allora. Le catapulte lanciavano pietre ma anche otri pieni di materiale incendiario che esplodevano al momento dell'impatto.

A difesa di San Giovanni d’Acri vi erano 800 cavalieri dei vari ordini, e 14.000 fanti ciprioti, inglesi, francesi, insomma crociati.  Il lato nord delle mura era difeso dai Templari, il lato sud dagli Ospitalieri, gli altri lati da inglesi e francesi, mentre i ciprioti e i cavalieri siriani erano divisi su tutti i lati.  Il porto era presidiato da genovesi e pisani a difesa delle navi.

Varie sortite notturne degli Ospitalieri e degli inglesi si rivelarono disastrose.  Dopo giorni di assalti dei mamelucchi alcune parti delle mura cominciarono a crollare e i difensori furono costretti a ritirarsi nella seconda cerchia di mura.  Migliaia di frecce cadevano sui difensori.   I mamelucchi si incoraggiavano durante gli assalti col suono di tamburi montati su 300 cammelli.
Il 18 maggio i mamelucchi erano dentro la seconda cerchia; quasi tutti gli Ospitalieri erano stati uccisi.

Dopo una disperata difesa,  francesi, inglesi e Ospitalieri, quei pochi rimasti vivi,  furono costretti a  cominciare a imbarcarsi con le donne e i bambini della città.   I Templari, isolati in un bastione, riuscirono a resistere ancora una settimana, poi furono tutti uccisi.   Non tutta la popolazione poté  imbarcarsi; migliaia di civili furono massacrati e altre migliaia finirono sul mercato degli schiavi;  i prezzi crollarono; con una sola moneta d’argento si comprava una bella e sana ragazza cristiana. Massacrati furono anche tutti i domenicani, i francescani e le clarisse dei conventi della città.

Sulle poche navi che salparono da San Giovanni d’Acri era salito anche il gran maestro degli Ospitalieri, Jean de Villiers, gravemente ferito, con pochi cavalieri superstiti.

La caduta di San Giovanni d’Acri segnò la fine della cristianità in oriente, era l’anno 1291.

Le navi veneziane e pisane che erano riuscite a salpare da San Giovanni d’Acri cariche di profughi, si diressero all’isola di Cipro dove i cavalieri di San Giovanni avevano una fortezza.    Fra i profughi a bordo vi era Jean de Villiers, gran maestro dell’ordine, ferito e “sopraffatto dal dolore”, come ebbe a dire.
Cipro era governata da un re cristiano greco ortodosso che ben volentieri accettò di ospitare il gran maestro e l’Ordine, ma che certo  non avrebbe potuto vedere di buon occhio che l’Ordine diventasse una potenza prevalente a Cipro.
A Cipro i cavalieri rimasero 27 anni (1291-1318).
Trovandosi di fatto relegati su di un’isola, i cavalieri compresero  che solo sul mare avrebbero potuto continuare a combattere gli ottomani.  Il denaro all’Ordine non mancava, e già nell’anno 1300 si ha notizia di una piccola flotta dell’ordine, comandata da un ammiraglio.

Il gran maestro a Cipro era Guillame de Villaret, succeduto allo zio Jean de Villaret.

L’occasione di ottenere un territorio  ed una patria propria per l’ordine, si presentò al gran maestro nel 1306 quando un corsaro genovese, Vignolo Vignoli, che aveva ottenuto in affitto le isole di Coo e Lero, del gruppo del Dodecaneso, venne a Cipro a proporre un’alleanza con i cavalieri per conquistare tutto il Dodecaneso.  Il Vignoli avrebbe trattenuto per se, vita natural durante, un terzo di tutti i profitti, rendite, e bottino tolto alle navi turche dalle due flotte riunite, operanti dal Dodecaneso.                Il gran maestro vide subito l’affare:  specialmente l’isola di Rodi sarebbe stata un possesso ideale per l’ordine; il Vignoli prima o poi sarebbe morto di morte naturale, e l’Ordine sarebbe rimasto padrone assoluto del Dodecaneso.

Rodi era una delle più belle isole dell’egeo e la sua posizione strategica, a sole dieci miglia dalla costa turca, ottimale per molestare i traffici marittimi musulmani.

Gli abitanti di Rodi, o rodioti. Erano cristiani greci ortodossi; da principio i rodioti intesero resistere a questa invasione del Vignoli e dei cavalieri di San Giovanni, ma poi, per una serie di circostanze, convenne loro di accettare nell’isola i cavalieri a patto che il popolo potesse  mantenere la propria libertà di governarsi.

I rodioti sapevano bene che dai cavalieri avrebbero avuto protezione contro le frequenti scorrerie dei corsari turchi, ed anche lavoro e benessere in qualità di esperti marinai e costruttori di navi.

Sull’isola di Rodi vi erano diversi villaggi, ma una sola città: Rodi, con due ottimi porti.  La città era posta sopra un’altura fra i due porti, ideale per essere fortificata.   L’Ordine si mise subito al lavoro per potenziare le vecchie fortificazioni bizantine.  Nel 1310 l’Ordine trasferì ufficialmente il suo quartier generale da Cipro a Rodi.

In pochi anni  i cavalieri fecero di Rodi la più grandiosa fortezza del mediterraneo e divennero i più esperti navigatori di quei mari.  Anche le altre isole del Dodecaneso, almeno sette, furono da loro occupate, presidiate e fortificate.  I cavalieri presero anche, e fortificarono, una piccola penisola sulla terraferma turca, fra Rodi e Coo, bloccandola verso terra con una muraglia

In questa penisola trovarono poi rifugio gli schiavi cristiani che riuscivano a  scappare ai turchi.   Qui era il castello Sangiovannita di Alicarnasso dove i cavalieri avevano addestrato una cinquantina di cani che  ogni notte uscivano nelle campagne occupate dai turchi e riuscivano a distinguere all’odorato un fuggitivo cristiano, e condurlo per sentieri segreti in salvo al castello.  I cavalieri si accorsero che uno di questi cani dimagriva a vista d’occhio pur mangiando la sua razione di cibo; lo sorvegliarono e si accorsero che il cane ogni notte, invece di mangiare, portava il suo cibo ad un fuggitivo cristiano che si era nascosto in un pozzo nella boscaglia.  Fu così salvato il fuggitivo ed il cane, che certamente sarà stato premiato.

Da Rodi e dalle altre isole del Dodecaneso in loro possesso, i cavalieri stabilirono   un efficientissimo sistema di avvistamento di navi ottomane in transito in quella parte dell'egeo, per intercettarle e depredarle.

Due anni dopo l’arrivo dei cavalieri a Rodi, nel 1312, in una valle dell’isola un drago molestava i contadini e terrorizzava le massaie.    Alcuni dei cavalieri andarono per ucciderlo, ma restarono uccisi dal drago, tantoché il gran maestro proibì per sicurezza ai cavalieri di cacciare più oltre quel drago.

Questa proibizione non poté andar bene ad un cavaliere della Lingua di Provenza, Dieudonné de Gozon, che già aveva addestrato dei cani per stanare il drago.    Dieudonné uscì in barba alla proibizione del gran maestro, trovò il drago, lo affrontò e lo uccise.       Il gran maestro lo destituì dall’Ordine per  disubbidienza, ma a favore di Dieudonne’ insorse tutta la popolazione di Rodi, e al gran maestro convenne reintegrare Dieudonné nell’Ordine e nel grado.

Questo fatto in se stesso sarebbe piuttosto banale, se Dieudonné, anche per la fama guadagnata uccidendo il drago, non fosse poi stato eletto nel 1346 nientemeno che gran maestro dell’Ordine di San Giovanni.       Un coccodrillo nilotico, un grande serpente??  Il fatto sta che questo gran maestro figura negli annali come Dieudonné del Drago.  (secondo lo scrivente il drago era semplicemente un vero drago; come quello famoso di San Giorgio, trafitto dal Santo in tanti quadri famosi oggi in dozzine di pinacoteche).

Sempre nell’anno dell’uccisione del drago, i turchi sbarcarono nell’isola di Omorgo,  da una loro squadra di 20 navi;   occupazione che al gran maestro sembrò una grave minaccia per il Dodecaneso; anche se probabilmente  i turchi volevano solo fare razzia in quell’isola, famosa per la bellezza delle sue donne greche.

Il gran maestro Foulque de Villaret inviò a Omorgo la flotta dell’Ordine e i turchi furono sconfitti perdendo quasi tutte le navi e la maggior parte dei loro uomini.

Nel 1345 la flotta dei cavalieri, con le flotte francese e veneziana,  riuscirono a conquistare la importante città di Smirne sulla terraferma turca. Smirne passò ai cavalieri e rimase un avamposto dell’Ordine per 57 anni, fino all’arrivo nel 1402 non dei turchi, ma delle orde tartare che invadevano la Turchia. (tartari e turchi diventarono poi, in breve tempo, la stessa cosa).

Intanto  l’isola di Rodi,  con i suoi cavalieri, sembrò al  Papa  una base ideale per una nuova crociata, ed ecco che nell’estate 1365  un gran numero di navi cristiane gettò l’ancora nella baia davanti al porto di Rodi.  I cavalieri  unirono la loro flotta a quelle navi, ed altrettanto fece poco dopo il re di Cipro con un numero di galee che superava quello di ogni altra singola nazionalità, per cui il re di Cipro ebbe il comando in capo di tutta la flotta cristiana alleata, consistente in circa 160 navi.

La destinazione di questa grande flotta fu tenuta segreta, ma era chiaro che, come al solito, si voleva liberare Gerusalemme dagli infedeli.     Salpata da Rodi la flotta cristiana, anziché far vela per la Terrasanta,  si diresse su Alessandria in Egitto, metropoli molto grande e ricca. Una volta presa Alessandria, questa doveva essere la base per attaccare e liberare dai turchi la non lontana Gerusalemme.

Il governatore egiziano di Alessandria era in pellegrinaggio alla Mecca , e la città fu colta del tutto di sorpresa, tanto che  le navi crociate che si avvicinavano furono prese per una flotta mercantile.   I crociati sbarcarono ed entrarono nella città senza problemi, ma ancora una volta, come due secoli prima ad Antiochia e Gerusalemme, la fecero grossa. Trucidarono quanti incontrarono per le strade, musulmani, cristiani, ebrei, copti, vecchi, donne e bambini. Tutto rubando, tutto saccheggiando e portando alle navi.  Ciascun crociato si accorse di aver rubato tanto da poter vivere agiato in Europa per il resto della vita.  Nessuno  più fu interessato a proseguire per Gerusalemme.  Tutti vollero ritornare a casa a godersi il bottino. 
Lo scopo della crociata, liberare la Terrasanta, fallì miseramente. 
Re Pietro di Cipro, il comandante in capo, ed i cavalieri di San Giovanni, non approvarono il massacro, ma anche loro tornarono indietro carichi di ricchezze.

Vale la pena di ricordare che a Salisbury, in Inghilterra, nella bella e grandiosa cattedrale gotica, vi sono cinque o sei sarcofaghi in marmo ciascuno con sopra,  giacente nella morte, la statua di un crociato gigantesco in completa armatura, con la sua spada e con i piedi incrociati, uno sull’altro, a significare il loro stato di crociato.  A giudicare dall’epoca, sembrerebbe proprio che questi crociati fossero di quelli ritornati dalla crociata di Alessandria.

Due anni dopo il sacco di Alessandria, le galee dell’ordine attaccarono le coste della Siria saccheggiando qua e là quanto potevano, sempre con successo. Queste piccole azioni rivelano però l’incapacità dell’Ordine, con la sua piccola flotta, di concludere qualche cosa di veramente importante militarmente, e tanto meno di liberare Gerusalemme .

Comunque l’Ordine  era  l’avamposto della cristianità in oriente, e  disturbava molto i traffici marittimi ottomani.   Una personalità turca ebbe a dire che i cavalieri erano “un osso conficcato nella gola dell’impero ottomano”;  (lo scrivente propenderebbe per una grossa lisca di pesce).

Nel 1396  una nuova crociata  partì per cacciare i turchi dal Danubio da dove minacciavano il centro dell’Europa, poi marciare attraverso la Turchia ed infine, come sempre, liberare Gerusalemme.   L’Ordine di San Giovanni mandò la sua flotta nel mar nero a risalire il Danubio  per  partecipare all’assedio di  Nicopoli , occupata  dai turchi.      (il mar nero fu poi chiuso ai cristiani quando, nel 1453, Maometto II conquistò Costantinopoli).   I crociati  furono sbaragliati da un grande esercito del sultano arrivato in aiuto di Nicopoli assediata.  Pochi crociati sopravvissero ed anche i cavalieri ebbero qualche perdita, e tornarono indietro.

Nel 1442 una flotta egiziana di 70 navi tentò di liberare quella parte di terraferma turca che era in mano dell’Ordine.    La flotta dell’Ordine attaccò le 70 navi egiziane con 4 vascelli e 8 galee, che confermarono la grande superiorità dell’Ordine in combattimento: 12 navi egiziane furono catturate, 700 mamelucchi uccisi, ed il resto delle navi egiziane messe in fuga.

Ma eccoci a Maometto II, il terrore dell’Europa, l’uomo che nel 1453 aveva tolto Costantinopoli ai Bizantini.  Maometto si vantava di essere di madre franca e di avere sangue greco e armeno, il suo aspetto era del tutto europeo come appare in un famoso quadro di Gentile Bellini, oggi a Londra.   Maometto parlava 6 lingue ed era uomo colto, ma anche di grande crudeltà;   gran bevitore di vino in barba alle leggi del Corano, omosessuale come molti turchi.

Questo era l’uomo che aveva deciso di distruggere Rodi e di cacciare per sempre i cavalieri, “quei figli di satana”, dai suoi mari.

Nella primavera del 1480 l’armata turca, sembra circa 70.000 uomini, era accampata sulla terraferma a sole 12 miglia di mare da Rodi.  Questa armata era ben fornita di artiglierie pesanti da assedio.

Le forze del cavalieri consistevano in 600 cavalieri, 2000 soldati stranieri e rodioti al soldo dell’Ordine, ed inoltre di quanti civili rodioti avessero preso le armi di fronte al pericolo ( quasi tutti i civili sapevano combattere).

All’alba del 23 maggio 1480 la flotta turca cominciò a sbarcare truppe sull’isola di Rodi.  Già la mattina dopo le artiglierie turche bombardavano la torre di San Nicola, fortino solido posto all’estremità del molo in posizione strategica fra i due porti della città di Rodi.   Anche le case della città furono bombardate ma il gran maestro d’Aubusson, lungimirante, aveva fatto preparare adeguati rifugi per la popolazione.

Il forte di San Nicola cominciava a crollare e d’Aubusson ordinò che le rovine delle mura fossero via via trasformate in fortezza ancor più difendibile in quanto meno vulnerabile. Ogni notte schiavi e cittadini andavano in fondo al molo a riattare a difesa le macerie del forte.

Intanto uno strano personaggio si era presentato alle linee cristiane, era mastro Giorgio, un tedesco molto esperto di artiglierie al servizio del sultano, che diceva di volersi unire ai suoi conterranei.  Fu impiccato poco dopo perché scoperto a mandare informazioni ai turchi.

Una mattina di giugno tre navi turche cariche di spahis attaccarono le macerie del forte San Nicola, ma gli attaccanti furono quasi tutti uccisi, una nave saltò in aria e le altre due fuggirono malconce.

A metà giugno circa 1000 cannonate al giorno cascavano sulla città di Rodi.

Il 18 giugno furono i terribili giannizzeri ad attaccare le rovine del forte San Nicola avvicinandosi sopra un grande pontone scortato da alcune navi.  Fu per loro una carneficina e centinaia di cadaveri di giannizzeri galleggiarono sull'’acqua.

Il 27 luglio vi fu un nuovo attacco generale preceduto da molte cannonate.  Per primi avanzarono i  basibozuk, destinati a riempire il fossato con i loro cadaveri per permettere un più facile passaggio ai giannizzeri che li seguivano.    Questi basibozuk erano un corpo  di nati cristiani nell’impero ottomano,  tolti da bambini alle famiglie  e allevati dallo Stato militarmente e nella religione musulmana, tanto da farli diventare fanatici combattenti musulmani.  Ogni 4 anni funzionari ottomani censivano l’impero e ad ogni famiglia cristiana trovata con più di quattro figli maschi, ne toglievano uno a loro scelta (in età per lo più fra i 5 e gli 8 anni).

questi basibozuk , dopo l’addestramento, passavano al servizio dei giannizzeri; potevano far carriera e, quando il padrone andava in pensione, entrare loro al suo posto nel corpo dei giannizzeri “figli del sultano”.

Intanto un altro forte, la torre della Lingua d’Italia, era ridotto in macerie e fu preso dai turchi ; il gran maestro Pierre d’Aubusson vide la mezzaluna sventolare su quanto rimaneva della torre.  Ferito e zoppicante, con una dozzina di cavalieri e con tre portabandiera, d’Aubusson fu primo a salire sulla breccia per fermare la marea dei turchi.   Le armature dei cavalieri sembra facessero si’ che ogni singolo cavaliere valesse per 12 avversari.   D’Aubusson fu ferito  da un gigantesco giannizzero che gli perforò l’armatura e un polmone con la lancia.  Mentre il gran maestro veniva portato indietro dai cavalieri, sembrò veramente che la fine di Rodi fosse arrivata. I cavalieri erano senza speranza, ma combattevano ancora.

Ma ecco d’improvviso un cambiamento;  forse per le bandiere crociate portate sulle mura da d’Aubusson, forse per l’enorme numero di cadaveri turchi ammassati ovunque, il fatto sta che i basibozuk furono presi dal panico e ruppero indietro in disordine travolgendo chi era dietro di loro, giannizzeri compresi.    Tutti i turchi, già vincitori, voltarono le spalle e si diedero ad una fuga disordinata.. Rodi era salva!  Intanto cavalieri e rodioti falciavano i fuggitivi con gli archibugi e con ogni arma a disposizione:  “li facemmo a pezzi come porci” riferisce un cristiano in un rapporto.  La bandiera del sultano  fu presa .  Si ritiene che i turchi  uccisi quel giorno fossero da 3500 a 5000.  Fu necessario bruciare tutti quei cadaveri. Le perdite cristiane furono al confronto assai lievi, solo dieci cavalieri morirono nel quartiere ebreo della città.

Entro dieci giorni i turchi tolsero il campo e si imbarcarono.  Tre mesi era durato l’assedio.  Il pascià turco in comando, Misac Pascià, temeva per la sua testa data l’usanza della Sublime Porta di tagliare la testa ai generali vinti. Ma poi il sultano Maometto II si contentò di esiliarlo .
D’Aubusson fu in grande pericolo di vita per le ferite, ma alla fine guarì.

Tutta l’Europa fu ammirata e si rese conto che  i cavalieri di San Giovanni a Rodi erano l’unico  baluardo avanzato contro lo strapotere dell’Islam.  Di conseguenza da tutta Europa arrivarono denari, armi, munizioni e aiuti di ogni genere .   Per quaranta anni successivi l’isola visse in una prosperità senza precedenti.  Tutte le fortificazioni furono ricostruite più imponenti di prima.

D’Aubusson morì carico di anni e di onore nel 1503.

Proprio nel 1503 i turchi mandarono 16 galee a spiare e perlustrare le coste di Rodi.    La flotta dei cavalieri uscì, affondò otto delle galee e ne catturò due; le rimanenti fuggirono.

Nello stesso anno un vascello dell’ordine di 2000 tonnellate, la grande caracca, catturò un vascello egiziano altrettanto grande che si arrese carico di ricchezze e pieno di eminenti personaggi ottomani ( ormai non si trattava più soltanto di galee).

Nel 1510 vi fu un’altra grande vittoria sul mare, vicino alla costa a nord di Cipro.   Turchi ed egiziani caricavano legname per costruire una loro flotta sul mar rosso e cacciarne i portoghesi ed impedire che dal mar rosso i portoghesi trafficassero con le indie.  I vascelli dell’ordine erano al comando di  Philippe Villiers de l’Isle-Adam mentre le galee a remi erano al comando di un cavaliere portoghese, Andrea d’Amaral.    Vi fu disaccordo fra i due comandanti; doveva forse prevalere il parere del d’Amaral essendo comandante in capo il comandante delle galee, e non quello dei vascelli;  prevalse invece il parere del l’Isle-Adam di non attaccare subito, ma di aspettare il nemico al largo. I cavalieri stravinsero, catturarono 15 grandi navi, poi sbarcarono e incendiarono enormi cataste di legname destinate a costruire la flotta  nel mar rosso.
Il d’Amaral rimase offeso e astioso verso  l’Isle-Adam, astio che come vedremo in seguito diede origine ad una delle più brutte pagine nella storia dell’Ordine.

Nel 1520 divenne sultano dell’impero ottomano Solimano, di 36 anni, uomo con grandi doti di statista , eccellente generale, colto e intelligente.  Per prima cosa Solimano decise che la bandiera dell’Ordine doveva sparire per sempre dai suoi mari.           Nel 1521 Philippe Villiers de l’Isle Adam divenne gran maestro dell’Ordine. Succedeva ad un abile gran maestro, Fabrizio del Carretto, che si era molto dedicato a migliorare le difese di Rodi facendola diventare la città più fortificata del mondo.
Come primo passo, Solimano  intimò all’Ordine di riconoscersi sottomesso alla sua sovranità, cosa del tutto inaccettabile per  il gran maestro che non si degnò di rispondere.

Solimano allora si preparò ad attaccare Rodi e fu pronto  nel 1522   (42 anni dopo il primo assedio) con 700 navi, secondo un documento.   Il 26 giugno trenta navi furono avvistate da Rodi, seguite poi dal grosso.  Comandante di tutta la flotta turca era Cortoglu, un temibilissimo corsaro saracino, molto esperto di navigazione. Mustafà Pascià comandava l’esercito.

Il numero complessivo dell’armata ottomana sembra fosse di 200.000 uomini,
Contro 500 cavalieri e 3 o 4 mila fra mercenari e rodioti al servizio dei cavalieri.

Il Sultano disponeva di una forte artiglieria da assedio e di un forte corpo di zappatori addestrati a scavare sotto le mura.   Il grosso delle forze sbarcò il 28 luglio a sud della città di Rodi con  alla testa Solimano in persona.   Subito cominciò il bombardamento dalle posizioni delle Lingue  Inglese, Provenzale e Aragonese.  Il duello di artiglierie continuò per l’intero mese di agosto.        L’artiglieria di Rodi sparava da feritoie oblique prendendo di fianco il nemico in modo micidiale.   Nondimeno alla fine di agosto cominciarono ad apparire brecce nelle mura.

In mare, nonostante il blocco posto da Cortoglu, una nave cristiana riuscì a passare con rifornimenti, alcuni soldati e quattro cavalieri.  Il Sultano furioso fece frustare le piante dei piedi di Cortoglu sulla nave ammiraglia.

L’Isle-Adam aveva la fortuna di avere con se a Rodi il più brillante ingegnere militare del tempo, Gabriele Tadini, il quale ogni giorno ordinava di scavare trincee e  costruire accorgimenti per  la difesa.         Gli zappatori turchi scavavano gallerie ma il Tadini inventò un attrezzo per rilevare i rumori sotterranei.

Il 24 settembre vi fu un attacco generale contro le postazioni delle Lingue di Aragona, Inghilterra, Italia e Provenza. Tutta l’armata ottomana attaccò in massa, primo a cadere fu il bastione d’Aragona che non poté resistere al grosso dei giannizzeri .  L’Isle-Adam era presente ovunque, sempre seguito dal portabandiera  con la croce di San Giovanni.      Alla fine della giornata i turchi dovettero ritirarsi e Solimano, furioso,  condannò a morte il generale comandante e anche  il più anziano dei suoi visir, Mustafà Pascià,  che si era azzardato a mettere una parola per salvare il generale.. Ci volle del bello e del buono da parte di tutti i pascià congiunti per far rinunziare Solimano a dar corso all’esecuzione.

In questa giornata i turchi avevano avuto grandi perdite, ma loro potevano permetterselo. I cristiani invece avevano avuto 400 fra morti e feriti e per loro era cosa molto grave.

In ottobre, mentre i turchi continuavano ad attaccare, venne a mancare l’opera preziosa dell’ingegnere Tadini, costretto in ospedale per una grave   ferita alla testa.       Fu anche  scoperto  un complotto: un segretario di Andrea d’Amaral, fu sorpreso a dare notizie incoraggianti ai turchi;    messo alle strette, confessò di averne ricevuta istruzione dal suo padrone, appunto il d’Amaral, che era in Spagna; questo segretario fu subito giustiziato.  Il d’Amaral fu raggiunto in Spagna, processato da un tribunale spagnolo e giustiziato anche lui.

Intanto  era venuto il freddo, il terreno era fangoso, ed entrambi gli eserciti erano in grave disagio. Un’altra nave cristiana aveva forzato il blocco con uomini e rifornimenti. I cristiani speravano che i turchi si sarebbero stancati. In dicembre  i turchi fecero delle proposte onorevoli per i cavalieri, e anche per la popolazione.  L’Isle-Adam  fu irremovibile, niente patti con i musulmani.   Alla fine però i rodioti decisero da soli di venire a patti con i turchi, ed i cavalieri si trovarono nell’impossibilita’ di continuare a combattere senza l’appoggio della popolazione e dei combattenti  rodioti.  La vigilia di Natale, Solimano offrì l’onore delle armi ed il permesso di lasciare l’isola a tutti i cavalieri e a chi avesse voluto seguirli, offrendo anche le navi se necessarie.   Il 1 gennaio 1523, in una serata molto fredda, i sopravvissuti lasciarono per sempre l’isola di Rodi, diretti a Candia e poi a Messina. L’Isle-Adam si trovava a bordo del grande vascello Santa Maria, comandato da sir William  Weston, un cavaliere inglese. Lo seguivano altre tre navi dell’Ordine. I cavalieri portavano con loro le armi, le reliquie di San Giovanni e gli archivi.  Tra i cavalieri sopravvissuti vi era un giovane provenzale, Jean de la Vallette-Parisot. 43 anni più tardi Solimano  avrebbe molto rimpianto di aver lasciato in vita  questo cavaliere.

L’imperatore Carlo v ebbe poi a commentare: “nulla al mondo fu mai perduto in modo più onorevole di Rodi”.

I cavalieri tuttavia erano ancora una volta senza una patria. Fu la fine di un sogno, due secoli in Terrasanta, altri due secoli a Cipro e Rodi…tutto era finito.