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Lunedì 18 Novembre 2013 10:43
Si è svolta a Pescia, il 10 novembre 2013, organizzata dalla sezione locale del Sovrano Militare Ordine di Malta, la V Festa del Malato. La giornata si è aperta con la Celebrazione Eucaristica presieduta da Don Stefano Salucci, Cappellano Magistrale, nella solennità della Dedicazione, presso la Chiesa di Maria SS. Assunta in Cielo in Castellare di Pescia ed è poi proseguita con la tradizionale colazione presso il cinquecentesco Convento di S. Leopoldo in Colleviti. Densa e suggestiva è stata la lectio magistralis che Don Salucci ha tenuto nel pomeriggio per tutti i partecipanti sul tema “La Tuitio fidei: alcune riflessioni a partire dall’Enciclica Lumen fidei di Papa Francesco” che integralmente di seguito pubblichiamo.Quinta Festa del Malato (Colleviti, Convento San Lodovico) 10 Novembre 2013."La Tuitio fidei: alcune riflessioni a partire dall’Enciclica Lumen fidei di Papa Francesco". 1  Un'Enciclica provvidenzialeCredo che l’l’enciclica Lumen Fidei di Papa Francesco sia oggi veramente provvidenziale: infatti mai come in questi nostri tempi la fede è oggetto di fraintendimento non solo per i non credenti ma anche per coloro che si dicono cristiani. Essa, talora, è sentita come un indice che connota l’appartenenza culturale e non meraviglia, dunque, che tra i più strenui difensori della fede cattolica si annoverino personaggi dal dubbio curriculum che se da una parte si dicono fervidi ammiratori della Chiesa, ultimo baluardo (sic!) contro il dilagante modernismo dall’altra, manifestano apertamente il loro personale agnosticismo, mostrando così, oltreché scarsa coerenza, un pericoloso relativismo, che Papa benedetto XVI più volte stigmatizzò come “il” male per eccellenza nella nostra società contemporanea. Detto questo non può meravigliare, perciò, che questi stessi signori prendano sempre più spesso le distanze dall’attuale Pontefice, tanto lontano dal loro sentire “culturale”: ma la Chiesa non è un circolo intellettuale bensì una comunità credente che ha nel Papa la sua guida e che, dunque, non lo segue perché lo sente consonante con le proprie idee (come avviene nei partiti costruiti attorno ad una ideologia), ma perché vede in lui la guida scelta dallo Spirito Santo. Pertanto, dicevo, è provvidenziale che Francesco ci offra, come primo atto solenne del suo Magistero, questa lettera, scritta a partire da un lavoro portato già molto avanti da Benedetto XVI, quasi per mostrarci come egli intenda porsi, pur con stile diverso, in naturale continuità con i suoi predecessori.2 Un linguaggio nuovoInizio notando che l’Enciclica usa, per descrivere la fede, un vocabolario desueto. Noi siamo abituati a parlare di fede come dono o anche come patrimonio o deposito: l'enciclica, invece, ne parla più spesso come “cammino”. Su 60 numeri di cui conta l'Enciclica, solo 14 non usano, per parlare della fede, vocaboli che non hanno a che fare con il cammino, l'itinerario, il pellegrinaggio ecc. Ciò è estremamente significativo perché, accingendomi ad offrirvi queste brevi riflessioni, la tentazione di assumere in maniera “acritica”, il linguaggio più tradizionale senza provare a rileggerlo con una prospettiva più aggiornata, è stato forte. Infatti, da un punto di vista spirituale, parlare della fede, ad esempio,  come dono d'amore di Dio è molto rassicurante perché la parola “dono”ci dice di un qualcosa che si è ricevuto e che ci ritroviamo già fatto nelle mani. Certamente noi possiamo accettare il dono oppure rifiutarlo ma, in ogni caso, esso è sempre alla nostra portata, è una realtà dataci, per la quale non dobbiamo “faticare” molto. Tuttavia tale impostazione, accanto ad indubbi vantaggi, ha anche delle forti controindicazioni: infatti, parlando della fede come dono, molte persone obiettano di “non averlo ricevuto”. Ciò si può capire bene in quanto se la categoria del dono, sostanzialmente, ha a che fare con la gratuità ci dice anche una certa “passività”, perché il dono lo si riceve senza meriti specifici, ma solo per l'amore incondizionato del donatore (altrimenti non lo si chiama più dono ma “regalìa”, cioè ciò che si da per ricevere qualcos'altro in contraccambio). Parlare della fede come cammino, invece, offre una prospettiva più dinamica e ci introduce ad una comprensione di essa più profonda, nella quale il soggetto è chiamato ad una adesione che, sebbene abbia le caratteristiche della pienezza, ha anche quelle della gradualità: la fede in fatti si accresce lungo il cammino del credente.La definizione di fede come cammino si coniuga, nell'Enciclica, con un'altra: Francesco afferma che “la fede ha una struttura sacramentale ”: infatti essa “ha bisogno di un ambito nel quale si possa testimoniare e comunicare, e che questo sia corrispondente e proporzionato a ciò che si comunica ”. Questa affermazione va compresa bene: infatti non si deve troppo facilmente concludere che la fede passi necessariamente per i sacramenti, ma che piuttosto essi sono il mezzo privilegiato e diretto attraverso i quali si giunge al contenuto stesso della fede, cioè all'incontro personale con Cristo. D’altra parte, a ben vedere, in origine le persone prima credevano alla parola del Vangelo e poi ricevevano i Sacramenti della Chiesa, che perciò erano definiti “Sacramenta fidei”. L’incomprensione attuale ha la sua radice nel fatto che noi prima siamo battezzati, poi riceviamo l’Eucarestia e anche la Cresima e solo dopo giungiamo ad una sufficiente maturità attraverso la quale dovremmo poter aderire con fede ai Misteri che abbiamo già celebrato! Pertanto per un Ordine religioso come il nostro, che nella proclamazione della fede ha una delle sue colonne, è necessario più che mai riflettere bene su  questi due punti: cosa significhi il “camminare” come atto di fede e quale rapporto intercorra tra fede e sacramenti.3  La famiglia cristiana educatrice alla fedePartiamo sottolineando il fatto che nella nostra società post-moderna, a causa del progressivo processo di individualizzazione (che è alla base della crisi in atto) si è persa la coscienza di quale sia il luogo deputato alla trasmissione della fede. La Dichiarazione Conciliare Apostolicam actuositatem afferma, invece, che essendo il matrimonio il fondamento della società umana “l’apostolato dei coniugi e delle famiglie acquista una singolare importanza sia per la Chiesa che per la società civile”  e ribadisce “il dovere che spetta per natura ai genitori e ai tutori di educare cristianamente la prole” . Anche la Dichiarazione Gravissimum educationis sull’educazione cristiana ribadisce che “nella famiglia cristiana, arricchita dalla grazia e dalla missione del matrimonio-sacramento, i figli fin dalla più tenera età devono imparare a percepire il senso di Dio e a venerarLo e ad amare il prossimo secondo la fede che hanno ricevuto nel Battesimo: lì anche fanno la prima esperienza di una sana società umana e della Chiesa” . Il Direttorio di Pastorale Familiare recepisce questi insegnamenti quando scrive che i genitori “si adoperino perché la catechesi familiare sia in grado di precedere, accompagnare e arricchire ogni altra forma di catechesi” . Tra i primi doveri dei genitori, infatti, c’è quello di aiutare i figli a scoprire di essere amati da Dio e di essere suoi figli per mezzo del Battesimo ricevuto, di testimoniare loro la fede, di guidarli nel medesimo cammino di adesione a Cristo che culmina nei sacramenti della Cresima e dell’Eucarestia e di inserirli nella comunità ecclesiale mostrando loro gesti concreti di dono e servizio . Oltretutto nel far questo gli sposi si prestano un vicendevole servizio, aiutandosi a rinnovare quotidianamente le promesse scambiatesi nel giorno del matrimonio ed educandosi continuamente all’amore. Pure sappiamo come ciò sia oggi scarsamente messo in pratica ed anche come, da parte dei Pastori, Vescovi e Presbiteri, ci sia una certa difficoltà a proporre soluzioni effettivamente praticabili. Questo è, ad esempio, uno spazio nel quale l’Ordine di san Giovanni potrebbe utilmente lavorare, come anche già fa, dando spazio ad una reale partecipazione delle intere famiglie alle proprie attività, non solo nei Pellegrinaggi (pensiamo a Loreto), ma anche nella formazione, attraverso la valorizzazione dei Guppi Giovanili, e nell’esercizio della Carità, che può essere praticata fin dalla più giovane età.4 Fede come cammino e sacramentiRiprendiamo adesso quanto dicevamo in partenza: iniziando l'Enciclica, il Papa pone davanti ai nostri occhi il modello di Abramo “nostro padre nella fede ”: la chiave della vita di fede di Abramo, dice il Papa, è quello di ricevere da Dio una Parola che contiene una promessa, e di affidarsi a tale parola. Questa risposta, però, non è semplicemente una memoria di un fatto avvenuto nel passato ma, essendo una capacità ricevuta di aprirsi al futuro, è al contempo “memoria del futuro”: la fede, cioè è legata alla speranza, oltre che all'amore. E la speranza, diceva il poeta Peguy, sebbene sia la più piccola delle tre virtù sorelle, è quella che prende per mano la fede e la carità e le conduce lungo la via. Eccoci di nuovo a parlare di cammino: la fede non è qualcosa di “statico” ma è un itinerario. Anche chi, per tanti motivi, si è trovato a “sperdersi” in questo percorso, è venuto meno alla carità, si è sentito vacillare nella fede, può aggrapparsi alla speranza di giungere alla meta promessa, come Abramo ha fatto. Pertanto anche la vita sacramentale non può essere “ridotta” solamente al poter ricevere “adesso” i sacramenti ma deve essere una “memoria futuri”, che, poggiandosi sulla promessa ricevuta nei sacramenti che abbiamo ricevuto un tempo (sopratutto il Battesimo e la Cresima, che ci hanno dato un carattere permanente), ci aprano alla speranza del premio futuro. È questa la dimensione sacramentale della fede, cioè la sua caratteristica di essere segno efficace di una realtà di grazia. Inoltre, per riprendere quanto già dicevo nel precedente punto, essendo un itinerario la fede ha a che vedere fortemente con l’educazione: educare, infatti, significa e-ducere, condurre da, e perciò è un compito precipuo dei genitori,  e degli adulti in generale, nei confronti delle più giovani generazioni. Tuttavia non si deve trascurare di dire che vi è anche una sorta di biunivocità, in quanto anche i più giovani “educano” gli adulti, in quanto gli stimolano ad usare al meglio le loro capacità, visto che, se figli si nasce, genitori (ed educatori) si diventa!5 Lo stile giovannita: la fede vissuta nelle beatitudiniNella spiritualità giovannita,m tuttavia, vi è un proprium di vivere la fede: troppo spesso si confonde la “tuitio” come una mera “difesa” della fede, ma in realtà il termine indica, piuttosto, una proclamazione franca, aperta, senza paure o reticenza, senza rispetti umani. Non si può ben difendere una città asseragliandosi dentro le mura perché si finisce a vivere una vita stagnante: l’avversario invece va affrontato in campo aperto, misurandosi con esso francamente e ad armi pari. Pertanto ogni membro dell’Ordine sarà chiamato a proclamare la propria fede attraverso un cammino spirituale consonante con il suo proprio carisma. Tale carisma, per noi, ha nelle Beatitudini evangeliche la sua Magna Charta. Vi è uno stretto legame, infatti, tra il concetto di “beatitudine” e quello di “fede”: la beatitudine, potremmo dire, è la prova del credere perché la fede non è un atto intellettuale ma, piuttosto, una dimensione connaturale all’uomo, una dimensione tale da renderlo felice, beato appunto.Il poeta Eugenio Montale in una sua lirica, segno del moderno pensare ed anche dell’angoscia esistenziale caratteristica dei nostri giorni, così descrive, invece, la felicità:Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama. Agli occhi sei barlume che vacilla al piede, teso ghiaccio che s’incrina; e dunque non ti tocchi chi più t’ama. Se giungi sulle anime invase di tristezza e le schiari, il tuo mattino è dolce e turbatore come i nidi delle cimase. Ma nulla paga il pianto di un bambino a cui fugge il pallone tra le case.Certamente potremmo anche rileggere questo testo con spirito altro: proprio perché non ci è dato di esperire una beatitudine completa possiamo dedurne che, se essa è strettamente legata alla santità, allora solamente della pienezza dei tempi, quando contempleremo non più “in enigma” ma faccia a faccia il mistero di Dio, parteciperemo pienamente alla sua santità e conseguentemente godremo della pienezza della beatitudine. Per questo motivo la fede è cosa di “questo mondo”: non ci sarà più bisogno di credere quando vedremo Dio. Tuttavia dissentiamo dallo spirito espresso dal poeta in quanto qui ed ora è già possibile fare esperienza della beatitudine in quanto essa esprime un ideale di vita che guida i nostri passi e muove la nostra volontà sulla via della ricerca di Dio e della sua santità. In altri termini se Dio è beatitudine completa e totalmente appagante (“Niente ti turbi, niente ti spaventi: chi ha Dio niente gli manca. Solo Dio basta.”, dice la grande Teresa d’Avila) pure egli ha messo nel nostro cuore il desiderio di lui, tale che il desiderio stesso ci risulta appagante, sebbene non totalmente. Ecco qui che ritorna la necessità di vedere la fede come un cammino: se essa non fosse un itinerario vorrebbe dire che saremmo già nella patria: invece navigando dalla foce andiamo cercando la sorgente risalendo con fatica il fiume. Per questo Dio stesso ci ha dato una certa conoscenza di sé: la sua immagine, impressa nella nostra carne, fa’ sì che noi andiamo cercando qualcuno a noi già familiare. Come S.Agostino fa dire a Dio nel suo “Maestro interiore”: “Tu non mi cercheresti se io non ti avessi già trovato”. È proprio questa presenza di Dio in noi che rappresenta il segno più vero della nostra fede e la prima e maggiore beatitudine, pure se in forma di nostalgia: “Fecisti nos ad te, Domine, et cor nostrum inquietum donec requiescat in te” (“Ci hai fatti pro-tesi a te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finchè non riposa in te”, S.Agostino, Confessiones). Questa riflessione ci spinge ad un’ultima considerazione: la beatitudine non esprime un possesso, bensì un’essenza: Dio è beatitudine in quanto E’. In senso traslato anche noi siamo beati non per ciò che abbiamo ma per ciò che siamo in rapporto all’Essere. Sottolineo questo perché spesso, nel linguaggio biblico, si parla di beatitudine in prospettiva terrena, sottolineando come il possesso di beni ed affetti (campi, ricchezze, figli, amici ecc.) rappresenti una forma di benedizione. Questo evidenzia il carattere concreto e visibile della storia della salvezza, la quale, tuttavia, ci mostra come i beni terreni sono segno di beni maggiori. La storia della sofferenza subìta nell’esilio babilonese e poi nella dominazione ellenistica farà approdare la riflessione degli autori biblici a ben altre profondità, di cui le parole del Signore rappresentano il vertice. Tuttavia possiamo dire che se la beatitudine terrena è segno di quella celeste ciò significa che il senso della beatitudine è la gioia dell’incontro con lo Sposo. In altri termini la nostra vita è come un albero che ha nel cielo le sue radici, dalle quali attingiamo la linfa che ci nutre. Vorrei così concludere queste brevi e sommarie riflessioni, dalle quali abbiamo potuto attingere alcuni spunti su cosa significhi vivere la tuitio fidei come un cammino di fede nella beatitudine: a questo punto è ormai chiaro che “cammino” non si contrappone a “dono” ma indica, piuttosto, che la connotazione dinamica del dare-ricevere ci fornisce delle fondamentali indicazioni su come vivere in maniera autentica il nostro sacrosanto carisma. Don Stefano Salucci,Cappellano Magistrale